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Le vittime costrette al lavoro forzato in Bassa Sassonia provenivano da almeno 16 nazioni. Nel maggio del 1944 nella circoscrizione di pertinenza dell’ufficio del lavoro di Gottinga si trovavano ufficialmente 8.091 lavoratori civili stranieri; nella zona di pertinenza dell’ufficio del lavoro di Northeim erano 17.314. (Le circoscrizioni di allora non erano identiche a quelle attuali).

 

Queste cifre equivalevano rispettivamente al 21% (Gottinga) e al 29,9% (Northeim) della forza lavoro complessiva di queste regioni. Oggi sappiamo che le cifre sono nettamente superiori; tuttavia, a causa della distruzione dei documenti o di errori nei registri non si potrà più ricostruire il numero esatto delle vittime. Approssimativamente possiamo stimare intorno a 50.000/60.000 il numero delle persone costrette durante la guerra al lavoro forzato nelle attuali province di Gottinga e Northeim.

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I dati statistici relativi alla Bassa Sassonia meridionale mostrano che la maggior parte dei lavoratori stranieri era impiegata nell’agricoltura, (r. 1), nell’industria meccanica (r. 17) e nel settore edile (r. 39).

Fonte: Der Arbeitseinsatz im Deutschen Reich, Nr. 14/15, 5.8.1942, S. 18

 

Il lavoro forzato di manodopera straniera era sfruttato in quasi tutti i settori dell’economia: nelle pensioni e negli hotels, nei mulini, negli ospedali, nelle fabbriche di munizioni, presso parrucchieri e fornai, nei caseifici, nella raccolta dei rifiuti, nelle foreste, nelle cave di pietra e nell’agricoltura, come pure nelle istituzioni religiose, nei comuni e presso famiglie private.
Questi uomini e queste donne diventarono parte integrante di villaggi e città. Senza di loro l’economia tedesca sarebbe collassata: molte imprese trassero profitti economici dall’impiego di lavoratori coatti provenienti dall’estero.

 

Fremdarbeiter (“lavoratore straniero”), ausländische Arbeitskräfte (“manodopera straniera”), Gastarbeiter (“lavoratore immigrato”, lett. “lavoratore ospite” ), Zivilarbeiter (“lavoratore civile”), Ostarbeiter (“lavoratore dell’Est”) e Westarbeiter (“lavoratore dell’Ovest”): questi erano i termini utilizzati per definire i lavoratori coatti durante la Seconda Guerra Mondiale. I termini Zwangsarbeitern (“lavoratori coatti”) e Sklavenarbeitern (“lavoratori-schiavi”) erano usati soltanto dagli oppositori politici e dalle vittime stesse.
Anche i prigionieri di guerra furono costretti ai lavori forzati, ma in gruppi a sé stanti. Questa categoria non è oggetto della mostra.
Gli Internati Militari Italiani sono un’invenzione dei Nazionalsocialisti allo scopo di privare i prigionieri di guerra italiana dei diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra. Nel 1944 la maggior parte di loro venne annoverata fra i “lavoratori civili”.

 

In Germania i lavoratori coatti servirono a rimpiazzare gli uomini tedeschi impegnati al fronte: furono costretti a lavorare per il proprio nemico. L’impiego di tale forza lavoro da un lato migliorò le condizioni di vita sul “fronte interno”, scongiurando così la stanchezza della guerra, dall’altro però contribuì a prolungare la durata del conflitto e di conseguenza la prigionia dei lavoratori coatti.

 

„I maltrattamenti o la deportazione per lavori forzati, o per ogni alto fine, di popolazioni civili dei territori occupati o di altri civili” sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. (Processo di Norimberga, 1945-46)

AVVERTENZA:
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Fonte: Der Arbeitseinsatz im Deutschen Reich, Nr. 22, 20.11.1941, S. 17


Fonte: Der Arbeitseinsatz im Deutschen Reich, Nr. 18, 5.10.1942, S. 10


Fonte: Der Arbeitseinsatz im Deutschen Reich, Nr. 22, 20.11.1941, S. 15